Uno stivale sui cocci rotti
(Incipit dell’autore Adrian Bravi)
Benché mio fratello Ernesto, il più grande di una schiera di marmotte intontite, avesse studiato al conservatorio e conoscesse a menadito la Recherche di Proust e a ogni piè sospinto tirasse fuori dal taschino una frase tutta latinizzata, come se attingesse a un repertorio sedimentato dentro di sé dall’epoca del liceo, era l’uomo più cafone, maleducato e vigliacco che avessi mai conosciuto sulla faccia della terra. Indossava sempre un completino casual, un po’ retrò, la cravatta allentata e le scarpe di camoscio. Aveva la pelle rosa e morbida come quella di un bambino, nonostante avesse superato da un pezzo i quaranta, le basette lunghe e i capelli ondulati con un ciuffo che gli cadeva sulla fronte. In famiglia tutti ammettevano che gli dei erano stati molto indulgenti con Ernesto, persino i nostri genitori concordavano, con un tono rassegnato e orgoglioso allo stesso tempo, che il fascino e la spigliatezza del loro figlio maggiore non aveva paragone.
Papà, in particolare, andava molto fiero del libro del suo prediletto. Prendeva sempre il ritaglio da La Nouvelle Revue Française, la recensione che lo inorgogliva di più, lo ripiegava con cura e se lo metteva nella tasca della giacca, pronto per sfoggiarlo con i suoi amici al circolo di lettura. Mi regalava l’accortezza di non farlo mai davanti ai miei occhi, almeno all’inizio. Io fingevo di non vedere. Quando invece iniziò a chiedermi di rileggerglielo, era lui a non vedere me. Ma quello ormai non era più papà.
Due mesi dopo il suo funerale fu un martedì strano. Mi ero alzata presto: un cappuccino al volo, gli scatoloni vuoti e il ginocchio gonfio per l’umidità. Sapevo che la giornata sarebbe iniziata dalle stanze più innocue: i bagni, la cucina. Stanze facili. Poi lo studio e le camere dei miei fratelli. Sarebbe finita solo quando fossi riuscita ad affrontare le due camere che mi inondavano di ricordi: la mia e quella di mamma e papà. Stanze e pacchi, senza orari. Rifiutavo di pensare a un momento preciso, nel tempo, in cui avrei chiuso per sempre la nostra casa d’infanzia.
Ernesto aveva promesso che sarebbe venuto ad aiutarmi. Arrivò un messaggio invece, mentre ero già alla cucina, con un pacco di stoviglie in mano:
“Non riesco. È troppo. Solo l’idea di entrare là dentro mi spezza. Tu sei più forte, Cecilia.”
Non risposi.
Che vuol dire “tu sei più forte”?
Quando faceva così era come se calpestasse col suo stivale i cocci di un vaso già rotto: si poteva ancora riparare, forse, ma se continuava a sminuzzarli rendeva tutto più difficile.
La camera dove aveva alloggiato Safiya, la badante che mi aveva aiutato con papà negli ultimi mesi, era stata in realtà quella di Amedeo. Lui almeno aveva avuto il buon gusto di sparire due giorni dopo il funerale. Era tornato dalla sua famiglia, a Londra, senza false promesse. Lo capivo. Quella casa non ci ricordava solo i nostri genitori, ma anche l’infanzia con Ernesto: una presenza logorante, che si aggrappava e trascinava a terra qualunque pensiero spiccasse il volo senza la zavorra della sua opinione.
Quando entrai in camera mia provai a staccare il cervello. Molte cose, come le foto, le avevo già portate via, pezzo dopo pezzo, per evitare di farmi troppo male tutto in una volta.
Da sopra uno scaffale troppo alto cercai di recuperare dei documenti. Il ginocchio, già provato, cedette. Caddi dallo sgabello su cui mi ero arrampicata.
Imprecai contro Ernesto, che non era lì ad aiutarmi, come non c’era stato mai durante la malattia di papà: “Credo che la cosa migliore sia lasciarlo in pace”, “Credo che non voglia essere visto in questo stato”. Credo, credo, credo e mai un aiuto. Ed era vero: papà non avrebbe voluto esser visto così. Da lui. Solo l’ultimo giorno si era degnato di presentarsi in ospedale con un trench e un mazzo di parole vuote. E solo allora papà era spirato, in suo onore.
Mi alzai piano, barcollando come un mobile smontato, e presi un antidolorifico dalla borsa. Avvolsi il ginocchio in uno strofinaccio e continuai a lavorare. Per dispetto, forse. O per onestà. Qualcuno doveva farlo, anche zoppicando.
Arrivò il momento in cui dovetti rivedere il lettone vuoto dei miei. Era molto diverso ormai da come lo guardavo da bambina, ogni cosa mi ricordava gli ultimi giorni tristi invece dei momenti felici.
Cominciai dal comodino. Sapevo cosa ci avrei trovato dentro: il ritaglio. Quel ritaglio. Lo lasciai lì, tentando di cacciare dalla mia mente le immagini che evocava. Cercavo il plico con la divisione della casa che ci aveva dato il notaio dopo l’apertura del testamento. La casa era stata divisa tra noi tre, lo sapevo già, ma volli vederlo. Leggendolo, non potei evitare di sentire di nuovo quello stivale sopra i cocci: Ernesto Ottaviani 34%, Amedeo Ottaviani 33%, Cecilia Ottaviani 33%.
Quell’1% di differenza, che economicamente non significava nulla, era l’ennesima dimostrazione che tutti i figli sono uguali, ma forse Ernesto era più uguale degli altri.
A fine serata, esausta, mi stesi su quel lettone vuoto, con il ghiaccio sul ginocchio e il telefono in mano.
Iniziai a scrollare il feed di Facebook. Il post di Ernesto era lì che mi aspettava.
“Oggi sono passato davanti alla casa di papà, ma non ce l’ho fatta a entrare. I profumi, le ombre, i ricordi.
Ho pensato a Proust: ‘La vera casa dell’uomo non è una casa, è l’infanzia.’
Alcuni dolori non si possono ordinare in scatoloni e non tutti sono capaci di affrontarli.”
I cocci rotti erano ormai ridotti in polvere.
Scrissi un commento di risposta:
“Le tue cose le ho lasciate da parte. Vieni a prenderle se non sei troppo impegnato a postare.”
Ma poi cancellai. Mi misi a ridere.
Mamma, se fosse stata viva, avrebbe detto che Ernesto è come certi direttori d’orchestra: agita le mani e non tocca mai uno strumento. Ma ero io quella che stava suonando.
Mi alzai dal letto, raccolsi il ritaglio della rivista e lo buttai insieme alle ultime cartacce.
Il ghiaccio colava piano lungo la gamba.
Non sentivo più dolore.